Se questo è un Presidente…

A margine degli ultimi episodi che riguardano le ormai plurime vicende del Presidente Frattura, non possiamo sottrarci, per il rispetto che dobbiamo al nostro ruolo di opposizione, al dovere di esprimere una netta condanna e un profondo sdegno su una figura che da tempo ormai ha rinunciato a fare i conti con la decenza e il rispetto per l’istituzione che rappresenta. Lo facciamo oggi, come in passato, nella consapevolezza che la nostra condanna non possa essere equivocata né confusa con il silenzio che regna nei palazzi istituzionali, sempre più indifferenti all’insofferenza rassegnata di un popolo che semplicemente non ne può più. 

L’evoluzione degli accadimenti e il loro riflesso nel dibattito pubblico non possono non riportare prepotentemente alla mente le parole di Corrado Alvaro:

“La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”.

La disperazione, nel nostro caso, è la rassegnazione comune di fronte all’anarchia impunita del potere e alla certezza che qualunque malefatta, anche la più meschina, benché denunciata e di tutta evidenza, resterà sempre in attesa di un ulteriore giudizio dilatato nel tempo.

Che senso ha la parola giustizia? Che senso ha attenderne gli esiti se, neanche di fronte all’evidenza, si impone un giudizio “interamente indignato” seguito da atti politici conseguenti? 
Questa è la domanda a cui lo Stato, attraverso le sue istituzioni, dovrebbe rispondere, e dovrebbe farlo con l’autorevolezza dei fatti e il sacro rispetto delle leggi. 

Invece siamo talmente assuefatti dall’osceno che quasi non riusciamo più a distinguerlo dall’ordinario. 
E così, quando qualche settimana fa abbiamo letto le parole del Frattura Presidente rallegrarsi per aver vinto la causa contro se stesso, ovvero contro il Frattura imprenditore condannato dal Consiglio di Stato a restituire oltre 265.000 euro di fondi pubblici ricevuti per costruire una centrale mai realizzata, ci siamo fatti una grassa risata, perché ci aspettiamo tutti che, di quei soldi, noi molisani, non vedremo un centesimo, né sapremo mai davvero se in quella vicenda ci fossero o meno dei profili penali, visto che Fabio Papa, il magistrato che stava indagando, è stato trasferito  e l’inchiesta è finita archiviata. 

Le insussistenti ragioni, per usare un eufemismo, attraverso le quali il Presidente è riuscito a mettere in piedi un processo tanto ridicolo quanto assurdo, conclusosi nell’unico modo possibile: piena assoluzione del magistrato e della giornalista imputati e la sua iscrizione nel registro degli indagati per calunnia. E non sappiamo ancora se e in che misura sia ipotizzabile il coinvolgimento degli organi ispettivi e giudiziari che aleggia inquietante sullo sfondo delle inchieste in corso tra Bari e Campobasso.

Chi ha letto le motivazioni del giudice Diella non può avere dubbi: la Regione Molise è stata trascinata come parte civile in un processo costruito su fatti e accuse inesistenti, avallando la guerra personale del Presidente nei confronti dei due imputati, disputa che ai molisani, ridotti allo stremo, suona come uno schiaffo in piena faccia ricevuto dalla politica che dovrebbe occuparsi di loro. 
Per umana carità evitiamo di commentare l’increscioso ‘personalissimo’ episodio della villa al mare, una vicenda che, quanto a squallore, di per sé non avrebbe neanche bisogno di essere commentata, rispetto alla quale lo stesso Frattura risulta indagato per reati di indicibile bassezza: per la cronaca ricordiamo solo un particolare, che la villa in questione è stata svaligiata e vandalizzata e la refurtiva ritrovata nel capannone del socio del Presidente.

Potremmo concludere in un solo modo, Presidente, chiedendo a gran voce le sue dimissioni per manifesta indegnità. Ma sappiamo bene come tale appello sia del tutto inutile: per farlo occorrerebbe la coscienza di un sentimento di decenza che lei deve aver definitivamente smarrito (ammesso che l’abbia mai avuto). 
Riteniamo più utile alzare la “nostra puerile voce” affinché si unisca al coro dei tanti molisani onesti, vessati dalla vostra ineguagliabile incapacità e nauseati da questa invereconda Babilonia alla quale siamo costretti ad assistere da cinque anni, nostro malgrado.

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